Riccardo Italia di Italian Blue Moon, il branch italiano del Manchester City impegnato ieri a Milano in occasione del 1° Trofeo ‘Italian Connection’ racconta così la magica giornata di sport e amicizia vissuta insieme ai suoi compagni di squadra e ad altri 200 giocatori che si sono sfidati rappresentando i colori delle proprie squadre del cuore.

WHAT DOES “ITALIAN CONNECTION” MEAN?
di riccardo Italia

Avete presente quel mix di felicità/nostalgia che si prova al termine di un’indimenticabile vacanza estiva o al ritorno dalla gita di quinta liceo? Beh, all’indomani della prima edizione del torneo “Italian Connection” chi scrive può assicurare con certezza assoluta che si trova a dover fare i conti con questo stato d’animo, merito di una giornata che nemmeno nelle più rosee aspettative sarebbe riuscito ad immaginare di tale portata.

Capita di dover spodestare Londra da capitale del Regno Unito Britannico in favore di Milano, anche se solo per un giorno. Quando 16 squadre composte da tifosi si ritrovano a rappresentare altrettanti club del calcio britannico – Scozia presente con gli spassosissimi supporters biancoverdi del Celtic – ecco che “God save the League” diventa il mantra da ripetere nei prossimi 365 giorni, ovvero quelli che ci separano dalla prossima edizione di un evento che spero diventi un must per tutti gli amanti del calcio britannico.

Eh si perchè l’obiettivo “connection” è stato pienamente centrato dagli organizzatori della giornata; noi di Italian Blue Moon (Manchester City FC) non possiamo che promuovere a pieni voti la macchina organizzativa guidata dalla coppia formata da Fabio Vinciguerra (davvero provato al termine della giornata, credo abbia sudato più dei protagonisti in campo) e da “Lady” Irma D’Alessandro.

Fair-play doveva essere e fair-play è stato, sia sul campo che fuori, ma il vero valore aggiunto della giornata è stato il fascino delle storie raccontate da ogni tifoso a proposito di come è nato il tifo per la propria squadra, di come sono state vissute nell’arco delle stagioni gioie e delusioni sportive o anche solo di come ci sia organizzati per affrontare trasferte al di là della Manica. Tutte storie meritevoli di essere pubblicate su un libro ad esse dedicato, storie di fronte alle quali viene facile “perdonare” le sconfitte subite sul campo da quelli che si possono definire sì come “avversari” ma mai come “nemici”.

Ed ecco allora che l’idolo di giornata diventa un signore baffuto del Liverpool vestito completamente di rosso (mi perdoni se non ricordo il nome…) che spiegava come per lui il calcio, dal 1964, fosse solo quello “made in England” non curandosi di quello che accade calcisticamente parlando nel Belpaese; ci sono poi Magpies e Saints che si consultano a riguardo di Pardew cercando di trovare una dimensione ad un manager che alterna stagioni da fenomeno ad altre che definire deludenti è quanto meno riduttivo; ci sono i ragazzi del Leeds, nostri vicini di spogliatoio e avversari nel girone con i quali abbiamo organizzato diversi happy hours a base di birra tra una partita e l’altra.

C’è la delegazione del “piccolo” Ipswich Town guidata dai fratelli Longo, appassionati fino al midollo che mi hanno indottrinato sulla storia del loro club – che epoca Bobby Robson a parte non conoscevo – e su come gestiscono la loro branch e i contatti diretti con la società e i giocatori dello stesso Ipswich; ci sono i ragazzi del Tottenham che, trascinati da bomber Azzoli, ci seppelliscono per 4-1 sul campo e di risate con le imitazioni di Galeazzi-Scandellari; ci sono i loro cugini dell’Arsenal che smentiscono lo stereotipo che li accompagna – ovvero quello dei tifosi antipatici e poco alla mano – quando passano il loro terzo tempo a raccontarmi quanto sia difficile organizzare e coordinare le branch della tifoseria inglese numericamente più rappresentata in Italia; ci sono i “caldi” Martelli d’Italia con i quali prima o poi spero di rivedermi all’English Football Pub quando tornerò a Milano, e infine come dimenticare i protagonisti assoluti del Celtic con i quali ci siamo ripromessi di ospitarci a vicenda durante le trasferte della prossima stagione (ad agosto dovrò “assaggiare” il Celtic Park…).

Sicuramente ci saranno state moltissime altre storie meritevoli di qualche qualche riga, ma forse l’unico vero limite di questa giornata è stato quello di esser durata troppo poco.

Certo è che in conclusione vorrei ringraziare tutti i ragazzi di Italian Blue Moon che hanno partecipato all’evento dandomi la possibilità di mantenere fede all’impegno dato con l’organizzazione; spero che anche loro come me abbiano provato una certo orgoglio a onorare la maglia davanti al Console Generale Britannico Vic Annells, e anche una grossa soddisfazione ad essere presentati proprio come in tv da coloro che quotidianamente ci “nutrono” di calcio (Lady Irma e il Direttore di TL Fabio Ravezzani) e premiati da un’icona dello sport italiano quale il campione olimpico Antonio Rossi, uno che le premiazioni è stato abituato a viverle da protagonista. Il prossimo anno ci saremo ancora e sono sicuro che saremo sempre più numerosi e perchè no, magari competitivi per la vittoria del primo premio, se solo Aguero e Silva non giocassero i prossimi mondiali in Brasile…

Citando il protagonista di “Fever Pitch”, Paul Asworth, chi scrive può assicurare che per fortuna questa passione “non ci permetterà mai di superare questa fase”, ma in fondo a noi va bene così, perchè il calcio vissuto con lo stile dei suoi inventori è tutto un altro sport.