ramsey 1963

di Andrea Saronni

Si sa, nella Coppa per Nazioni, Europa e Inghilterra non si sono mai prese troppo bene.

Fin dal principio. Sono passati oltre 50 anni da quando i Bianchi decisero di cimentarsi con quelli della terraferma anche a livello continentale, era il 1962 e in un Europeo ancora strutturato come le Coppe di club, dunque a eliminazione diretta e senza nessun tipo di filtro negli accoppiamenti, l’England si beccò subito la Francia nei sedicesimi. Odore di rugby, di Cinque Nazioni, ma soprattutto di una rivalità che è sempre andata ben oltre questioni di palle rotonde o ovali.

Favoriti, di base, erano proprio gli inglesi: loro, i Galletti, navigavano in acque basse. Ai Mondiali ancora freschi, quelli del Cile, non ci erano manco andati, l’onda del terzo posto a Svezia 1958 si era completamente ritirata. Proprio contro l’Inghilterra, nel match di andata, gioca la sua ultima partita in Bleu un grande quale Raymond Kopa: a Sheffield, o meglio a Hillsborough, la Francia la gioca così così e l’Inghilterra persino peggio, finisce 1-1 grazie al pareggio rimediato nella ripresa da Ron Flowers, bandiera dei Wolves.

Tutto è rimandato al ritorno, ma la sensazione che si possa comunque procedere nel nuovo torneo è presente e tangibile. Tanto più che ci sarà un commissario tecnico nuovo di zecca, Alf Ramsey, l’uomo che ha portato l’Ipswich a battere gli squadroni. Non è ancora Sir, lo diventerà dopo il trionfo iridato di casa del 1966, e fa strano pensare che quella irripetuta scalata alla guida del National team comincia con un metaforico malrovescio, con quei palloni che, al contrario della speranza della vigilia, continuano a infilarsi nella rete inglese.

springettAl Parco dei Principi, il 27 febbraio 1963, Ramsey ha probabilmente una forte nostalgia in tempo reale del suo Ipswich, quella squadra miracolosa, costruita pezzo per pezzo dal tecnico e giunta nell’inezia di 5 anni dalla League One, la terza divisione insomma, al primo e finora unico titolo inglese, vinto da neopromossa. Una roba enorme, che bastò e avanzò alla Football Association per affidargli una Nazionale ormai bisognosa di affermare anche con i fatti – leggi le vittorie -, e non solo a parole la sua presunta superiorità. Anche l’Europeo 1964, in questo senso era considerato importante: e nella fredda notte parisienne, si schianta invece in mille pezzi come un piatto scivolato dalle mani e sbriciolatosi nell’impatto col pavimento.

Non ci sono Jimmy Greaves o Bobby Charlton che possano mettere pezze quando vai a sbattere nella serata da incubi del suo portiere, Ron Springett. Ron non è un novellino, ha 28 anni, è reduce dal Mondiale cileno, dove è stato titolare, ed è una colonna dello Sheffield Wednesday, che non è proprio uno squadrone ma vabbè. Eppure, a Parigi, si trasforma in una antisicurezza.

A bordo campo c’è la neve, ordinatamente spalata: ma una nuova valanga si abbatte sul Parco dei Principi, ed è quella delle papere di Springett. Nel primo tempo, si rende protagonista di una compilation di uscite sconsiderate: inizia al 3′, e segna Wisnieski (che verrà a giocare nella Samp), e continua su due crossettini senza pretese dalla destra, su cui – specie nel secondo caso – si getta in maniera a dir poco scoordinata. Douis e Cossou ringraziano, all’intervallo si va sul 3-0 e Ramsey può solo rimpiangere di non essere nato 10 o 20 anni dopo, perché con una semplice sostituzione si risolverebbe almeno il problema di interrompere l’emorragia in difesa prima di preoccuparsi di come provare a rimontare.

Invece non esistono ancora i cambi così come non esiste la “goal away rule”, quindi il miracolo del pari servirebbe solo a guadagnarsi una “bella” in campo neutro. Un supplemento che sembra prendere forma nel secondo tempo, quando l’Inghilterra comincia a fare l’Inghilterra almeno davanti: palo di Greaves, poi ecco la zuccata vincente di Bobby Smith e, al 74′, la zampata di Tambling che significa 2-3. “Si può fare”, urlerebbe Gene Wilder in “Frankestein Junior”. Però là dietro, col suo maglioncino giallo, ancora e sempre con le mani e i riflessi gelati, c’è Springett. Palla al centro, azione dei francesi, tiro da fuori forte ma centrale: Ron respinge goffamente sui piedi di Douis, che serve Wisnieski davanti alla porta spalancata. Buonanotte Inghilterra, non prima tuttavia di assistere a un’altra uscita alta da Benny Hill Show e al puntuale tocco in porta di Cossou per il tombale 5-2 finale.

Il primo Europeo inglese finisce così…Eppure, proprio da quella nottataccia, per Ramsey comincia la costruzione, mattone su mattone, della squadra che tre anni dopo consentirà finalmente agli inglesi di autonominarsi maestri. Un cammino, quello del Mondiale ’66, in cui il C.T. riuscirà a consumare anche la vendetta sui Coqs, battuti per 2-0 nell’ultima gara della prima fase. Grande allenatore, Ramsey, capace anche di non portare rancore, visto che tra i 22 campioni planetari c’è anche lui, Springett, il disastroso Ron di tre anni prima. Ma da riserva…ovvio !

Nel frattempo, per la gioia del tecnico e di tutti gli appassionati, era arrivato da Leicester Gordon Banks. Che forse, chissà, aveva visto questo ‘tutorial alla rovescia’ per portieri firmato Ron Springett, e ne ha tenuto buon conto.